
Averro.
Abu al-Walid Muhammad ibn Muhammad ibn Rushd, noto nel mondo
latino come Averro, nacque a Cordova nel 1126, discendente di una
lunga stirpe di eminenti giuristi della Spagna musulmana. Dopo una
formazione completa in teologia, diritto, medicina, matematica,
astronomia e filosofia, nel 1169 intraprende la stesura di una
serie di commenti all'opera di Aristotele. In seguito divenne
medico personale del califfo. Le sue opere filosofiche suscitarono
tuttavia i sospetti dei dottori della Legge: egli cadde in
disgrazia, bersaglio degli attacchi dei teologi e del popolo
minuto, e i suoi libri furono bruciati. Mor in Marocco nel 1198,
poco dopo essere stato riabilitato dal sovrano.
Tre sono i grandi campi esplorati dal pensiero di Averro: le
opere di Aristotele di cui egli fornisce il commento e
l'interpretazione; la critica di al-Farabi e di Avicenna, in nome
di un aristotelismo liberato dalle contraddizioni in cui la
tradizione filosofica orientale l'avevano fatto cadere; infine la
dimostrazione dell'accordo di fondo tra filosofia e Legge divina,
in quanto espressioni distinte di una sola e medesima Verit. Con
la rinascita dell'aristotelismo nell'Europa occidentale intorno
alla fine del secolo dodicesimo, Averro fu ben presto
riconosciuto anche dal pensiero ebraico e cristiano come uno dei
maggiori autori


21) Averro. La dottrina di Averro sull'intelletto.
La dottrina di Averro sull'intelletto  stato uno dei temi pi
discussi dalla filosofia medievale. La questione, schematicamente,
si pone in questi termini: se l'intelletto, che  la facolt degli
universali, possa conciliarsi con le esigenze teologiche della
religione islamica, per la quale esiste un'anima individuale, non
destinata a morire con il corpo. La soluzione data da Averro
sembra essere questa: l'individuo  destinato a scomparire con la
morte, ed esiste soltanto un'anima della specie umana, facolt
degli universali, imperitura sia nella sua forma attiva che
passiva o potenziale. Notare la tendenza a moltiplicare gli
intelletti; oltre ai due, attivo e passivo, di cui aveva parlato
Aristotele, compare anche un intelletto speculativo, con il
compito di fare da tramite fra i due. Dell'opera di Averro sono
rimaste solo alcune traduzioni in latino

De anima, Testo e commento, 5 (vedi manuale pagine 281-282).

    1   Aristotele: Cos dunque non ha nessuna natura se non
questa che esso  possibile. Quello dunque che  detto intelletto
dell'anima (e dico intelletto quello mediante cui l'anima intende
ed opina) non  in atto nulla degli enti prima che intenda.
    2   Averro: Avendo dichiarato che l'intelletto materiale non
ha forma di cosa materiale, cominci a definirlo cos: Se perci
non ha nessuna natura, se non questa che esso  possibile,
affinch possa ricevere le forme intelligibili materiali; poich
dunque dice: non ha nessuna natura, intende che quella parte
dell'anima che si chiama intelletto materiale non possa avere
nessuna natura n essenza in cui consista in quanto materiale, se
non la natura della potenzialit (o prontitudine) essendo privo di
tutte le forme materiali e intelligibili.
    3   E quando dice: Quello dunque che  detto intelletto
eccetera, intendo, quando dico intelletto, quella forza o facolt
dell'anima che propriamente si chiama intelletto; non quella forza
che in senso lato o figuratamente i Greci chiamarono intelletto,
che  la stessa potenza immaginativa, ma intendo quella facolt
per la quale discerniamo e conosciamo le cose contemplative stesse
e pensiamo che le cose pratiche sono da farsi.
    4   Dipoi dice: non  in atto nulla degli enti prima che
intenda, come se dicesse, dunque, la definizione dell'intelletto
materiale essere questa, essere esso cio ci che  in potenza
rispetto a tutti i concetti delle forme materiali e universali e
non  alcuno degli enti in atto prima che ne abbia intellezione. E
se questa  la definizione dell'intelletto materiale, segue che
l'intelletto stesso differisce in alcunch dalla materia prima e
se ne distingue, secondo il parere di Aristotele.
    5   Ed in primo luogo, poich l'intelletto  in potenza
rispetto a tutti i concetti delle forme universali materiali,
mentre la materia  in potenza rispetto a tutte le forme
sensibili; in secondo luogo perch l'intelletto materiale
distingue le forme che riceve, mentre la materia nulla distingue
n apprende. E la causa per la quale questa natura distingue e
discerne e la materia prima nulla conosce e discerne,  che la
materia prima riceve forme diverse singolari ed individue,
l'intelletto invece riceve forme universali. Di qui si pu
desumere che questa natura non  nulla di singolare o di
individuo; n corpo n potenza in un corpo poich se ci potesse
essere riceverebbe le forme in quanto singolari, diverse e
individue; e quelle che sono in lui sarebbero intelligibili in
potenza e cos non conoscerebbe n distinguerebbe la natura delle
forme in quanto forme, come avviene nelle forme particolari, siano
esse spirituali, siano esse materiali. Perci  necessario che
questa natura che viene chiamata intelletto riceva le forme
stesse, ma in un modo diverso da quello in cui queste materie
ricevono le forme che ricevono, le quali forme sono quindi
contenute e trattenute nella materia stessa in quanto la materia
prima viene mediante esse determinata. Non occorre dunque che esso
sia del genere di quelle materie in cui  inclusa, o determinata
la prima materia, n che sia la stessa materia prima poich, se
cos fosse, sarebbe allora dello stesso genere nell'una e
nell'altra il ricevere delle forme poich la diversit della cosa
ricevuta porta a concludere per la diversit della cosa ricevente.
Questo dunque costrinse Aristotele a porre tale natura come
distinta dalla natura della materia e dalla natura della forma e
dalla natura composta di queste due.
    6   Per questa ragione Teofrasto, Temistio ed altri varii
espositori sono stati indotti a ritenere essere l'intelletto
materiale una sostanza ingenita e incorruttibile, poich ogni
generato e corruttibile  singolare individuo; ma non  a nessuno
nascosto che lo stesso intelletto non  cosa individua e singolare
a un corpo e potenza in un corpo.
        [...].
    7   Ma poich inoltre videro che Aristotele diceva che se vi
 un intelletto in potenza occorre che vi sia un intelletto in
atto (che  lo stesso intelletto agente che estrae l'intelletto
che  in potenza dalla potenza all'atto), e perch vi sia un
intelletto dedotto dalla potenza all'atto (cio quello che
l'intelletto agente fa s che sia intelletto in atto, e cio
l'intelletto materiale, al modo che l'arte pone le forme
artificiali nella materia dell'arte), perci sono stati anche
indotti a ritenere che questo terzo intelletto che l'intelletto
agente produce e rende ricevente l'intelletto materiale, e cio
l'intelletto speculativo, sarebbe eterno, perch essendo eterno il
ricevente e l'agente, sarebbe necessario che fosse eterno anche il
loro prodotto.
        [...].
    8   Stando le cose cos, mi parve che da parte mia meritasse
lo scrivere su ci quanto io ne pensai; e se quanto io sento su
questa questione non sar soddisfacente ed esatto, io scongiuro i
miei fratelli che leggeranno questi miei scritti che scrivano
anche essi le loro opinioni; che forse si trover la verit su
questo affare se ancora io non l'ho trovata. E se l'ho trovata,
come penso, con i loro dubbi rester confermata e manifestata. La
verit infatti, come dice Aristotele, corrisponde a se stessa ed
in ogni senso offre testimonianza di s.
        [...].
    9   Ma poich da quanto sopra siamo indotti a ritenere che
l'intelletto materiale  uno in tutti gli individui ed anche che
la specie umana sia eterna, come altrove  stato dichiarato,
occorrer perci che l'intelletto materiale non possa essere
privato dei princpi universali noti per natura a tutta la specie
umana, cio delle prime proposizioni e concetti singolari comuni a
tutti, essendo tali intellegibili uno in rapporto al ricevente,
mentre sono pi in rapporto al concetto di ci che  ricevuto.
    10  Secondo il modo dunque per il quale questi intelligibili
sono unici in esso, essi sono di necessit eterni, non separandosi
l'essere stesso dal soggetto ricevuto, cio dallo stesso movente
che  lo stesso concetto delle forme immaginate medesime; e non vi
 qui alcun impedimento da parte del ricevente. Perci non avr
luogo nessuna generazione e corruzione se non in ragione della
molteplicit contingente agli individui, non gi in ragione
dell'essere essi uno solo in esso. Se quindi qualcosa dei primi
intelligibili o prime nozioni si corrompe per la corruzione del
suo soggetto per il quale questo qualcosa  congiunto e copulato
con noi ed  vero e uno (cio in rapporto ed in ragione di alcun
individuo)  necessario ammettere che quell'intelligibile sia
incorruttibile in senso assoluto, ma corruttibile rispetto e in
ragione del particolare individuo; e in tal modo possiamo dire che
l'intelletto speculativo  uno in tutti.
    11  Ma se si considerano tali intelligibili in quanto hanno
l'essere assoluto e non in ragione dei particolari individui,
allora veramente si dir avere essi una esistenza eterna, e che
essi non siano talvolta intelligibili e talvolta no, ma allo
stesso modo esistano sempre. Sembra infatti che essi abbiano un
certo essere intermedio tra quello passeggero e quello permanente
poich in ragione di quanto avranno di corruzione nel loro ultimo
atto di perfezione sono generabili e corruttibili, ma in ragione
di ci che sono unici nel numero sono eterni.
        [...].
    12  E questo modo secondo cui ponemmo l'essenza
dell'intelletto materiale risolve tutte le questioni che capitano
in ci che ponemmo che l'intelletto  uno e molti poich se ci
che  intelligibile presso di me e presso di te fosse la stessa
cosa in ogni senso ne seguirebbe che quando io avessi scienza di
un intelligibile, tu pure l'avresti, ed altre simili incongruenze.
Oppure, se diciamo che lo stesso intelligibile si moltiplica
secondo la molteplicit degli stessi conoscenti, allora seguir
che lo stesso intelligibile sar presso di me e presso di te uno
nella specie e due nel numero. E cos oltre a una cosa
intelligibile vi sarebbe un'altra cosa intelligibile e cos
all'infinito. Ed allora il discepolo non potrebbe imparare dal
maestro, a meno che la stessa scienza che esiste nel maestro non
sia una certa energia generatrice producente la scienza stessa nel
discepolo al modo che un fuoco genera un altro fuoco simile a lui
nella specie, il che  assurdo. E il fatto che il conosciuto  lo
stesso nel maestro e nel discepolo fece ritenere a Platone che
apprendere fosse ricordare. Ma ammettendo che la cosa
intelligibile che  presso di me e presso di te  molteplice per
il soggetto in quanto  vera, e cio in quanto  forma della
immaginazione che  una nel soggetto in quanto  intellezione
esistente e materiale, cos tutte queste questioni si risolvono
interamente

(Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1966, volume
quarto, pagine 1108-1118).

